Community led-development e test: il workshop di prototipazione e validazione di Battiti

Mercoledì 7 Novembre si è tenuto il quarto incontro di Battiti presso Le Serre dei Giardini Margherita, a Bologna. Si è trattato di un workshop di validazione e prototipazione della durata dell’intera giornata con il supporto di un mentor esterno per ogni start up.

Avevamo lasciato le start up a lavoro sulle interviste qualitative per capire i bisogni degli utenti a cui si rivolgono. Come al solito, la giornata è iniziata con il racconto da parte delle start up dei loro ultimi passi.

Subito dopo, si è entrati nel cuore del programma della mattinata con l’approfondimento delle tecniche di community-led development. Impostare percorsi di verifica del proprio progetto non solo attraverso momenti di confronto con l’utente con rapporti 1 a 1 ma con un orizzonte di community organising, ha spiegato Gaspare [Kilowatt], è fondamentale per l’organizzazione del lavoro per una comunità di riferimento. In questo modo, infatti, non emergono le singolarità, le risposte peculiari di un singolo soggetto, ma risposte più segnanti per il prodotto o servizio, poiché aggregate.

Il modello di co-creazione con la propria comunità di riferimento sviluppato da Kilowatt è il ciclo di community organising, attraverso cui intercettare quelle occasioni in cui la potenziale community si riunisce già per allinearsi, co-progettare e agire insieme. La forma è circolare, perché è un processo di miglioramento continuo che può ripartire più volte, allargando la comunità di partenza e integrando le attività e gli ambiti.

Matteo [Make a Cube] ha dunque introdotto le tecniche necessarie a dare forma a dei test di mercato, attraverso lo sviluppo di risorse con la community di riferimento. La costruzione del test è un processo: con una serie di strumenti rapidi per raccogliere feedback da utenti si identifica, come prima cosa, il target di riferimento. Nessuno, ha continuato Matteo, ha in testa qual sia la situazione migliore per una soluzione del problema, per questo è importante coinvolgere le persone a cui il prodotto o servizio si rivolgerà:  per verificare quali siano i vincoli, quali i problemi. Quello che interessa sapere è come le persone si comportano oggi, per confrontarsi con il mondo come è fatto, non come sarebbe bello che fosse. In questo modo, si rendono oggettive le dichiarazioni di intenti, le opinioni, cioè, diventano dati su cui poi sviluppare un prodotto o un servizio.

Una volta compreso bene a chi parlare, qual è la propria comunità di riferimento, quali sono gli early adopters e come stanno risolvendo il problema che il prodotto o servizio ha intenzione di risolvere, è necessario fare il problem/solution fit.

Il problem/solution fit, ha illustrato Matteo, è la comprensione e la verifica tramite l’ideazione di pretotipi se quello che si ha in testa risolve effettivamente il problema degli early adopters. Prima di costruire il prodotto vero bisogna quindi fare il Minimum Viable Product (MVP). Questo non è prodotto finale, ne è solo la superficie: è la versione minimale del servizio. Lo descrive semplicemente, ma a un livello sufficiente per poter essere sottoposto a dei feedback. L’obiettivo in far ciò è massimizzare le interazioni con questo MVP, per raccogliere dati su cosa va e cosa non va per la community a cui ci si sta rivolgendo.

Dopo aver presentato le possibili tecniche di pretotipazione per l’ideazione di un MVP, le start up hanno lavorato sull’emersione delle domande di partenza attraverso l’Action Learning. Per far sì che la definizione del problema su cui costruire il test sia snella, ha infatti sottolineato Gaspare, bisogna capire bene la domanda di partenza. L’Action Learning, ha spiegato Nicoletta [Kilowatt], serve a specificare qual è il bisogno di partenza, a capire la differenza tra problemi e sintomi. Il prodotto/servizio di una startup deve rispondere ad un problema e non ad un suo sintomo.

Nel pomeriggio le start up sono state raggiunte dai 3 mentor che abbiamo invitato appositamente:

  • Massimo Giacchini (Frutta Web) per Bio d’Op
  • Irene Zennaro (precedentemente e-commerce manager per Max Mara, oggi digital strategist) per Cartiera
  • Antonio Puglisi (docente in Informatica presso l’Università di Bologna, Robot Festival) per Mix.

L’obiettivo del pomeriggio è stato quello di condividere le ipotesi di base del progetto che ogni start up ha in testa con il proprio mentor di riferimento. In questo modo le start up hanno avuto modo di identificare l’ipotesi più rischiosa sulla quale costruire il test e di capire di quali indicatori dotarsi per monitorare l’andamento del test. Questo perché, secondo la metodologia lean, piuttosto che fare delle azioni che non siano misurabile, meglio non fare nulla. In altre parole, ogni azione deve avere un indicatore di misurazione.

A questo punto le start up hanno iniziato a lavorare sulla progettazione dei loro test sempre con i loro mentor; la sessione di lavoro è stata organizzata per tavoli  in 2 macro blocchi:

  • Realizzazione di uno Storyboard dal punto di vista dell’utente. Lo storyboard  è il racconto, scena per scena, di come l’utente entra in contatto con il pretotipo e di come lo utilizza. Nello specifico, prima di disegnare il test le start up hanno identificato con i mentor le ipotesi da verificare. Successivamente hanno disegnato le varie scene, in modo da riuscire a definire gli indicatori da misurare.
  • Compilazione di una Test card, in cui le start up hanno sistematizzato tutte le riflessioni emerse durante la creazione dello storyboard e hanno identificato il test che andranno a implementare nei prossimi mesi.

Il prossimo appuntamento di Battiti è il 22 Novembre, una Mentors’ Evening in cui pianificare operativamente il test.