Community organizing e benchmarking: il secondo incontro di Battiti

Il 3 Ottobre presso la sede centrale di Emil Banca di Bologna si è tenuto il secondo incontro di Battiti, il percorso di incubazione e accelerazione per start up ad alto impatto sociale pronte a testare i propri prodotti o servizi sul mercato, basato su una logica collaborativa di sostegno alla nuova impresa.

Avevamo lasciato le start up partecipanti al lavoro sulla loro Impact Vision e sulla Mappa dei Pubblici, sui quali hanno avuto occasione di lavorare anche durante gli incontri di tutoraggio one-to-one.  

Battiti è un percorso in cui il lato relazionale e la collaborazione sono centrali: quello che ogni start up capisce per sé può essere utile agli altri. Per questo motivo, l’incontro è iniziato con la revisione dei materiali compilati in due gruppi di lavoro, Gaspare [Kilowatt] con Mix e Cartiera e Nicoletta [Kilowatt] con Bio d’Op e Paguro. Il lavoro in gruppi ha offerto anche l’occasione ai dipendenti di Emil Banca che partecipano al percorso di potersi confrontare con le start up partecipanti.

A questo punto si è giunti al cuore centrale di questo secondo appuntamento: community organizing e benchmarking.

Il community organizing, ha spiegato Gaspare, è la creazione e la gestione della relazione con la propria comunità di riferimento. Per fare ciò, occorre riferirsi a strumenti modulati dal design thinking e dal service design. Il design thinking è un approccio, che viene dalla cultura della progettazione. Contrariamente a quanto si tende a fare oggi, la sua nascita non è in California, negli anni 90, ma affonda le radici nella Scuola Bauhaus, che assicurava una formazione alla complessità in grado di affrontare i due cambiamenti del punto di vista nella progettazione, generando quell’approccio su cui il percorso di Battiti è focalizzato:

  • lo spostamento dello sguardo dal problem solving, ovvero la definizione della soluzione, al problem framing, ossia la definizione del problema al quale il servizio vuole rispondere;
  • la necessità di avere strumenti di co-progettazione con i propri utenti e pensarli come una comunità, non come somma di individui.

Nicoletta [Kilowatt], a questo punto, ha sottolineato come co-progettare sia fondamentale quando si ha un cambiamento da generare importante. Muoversi nella spirale dei pubblici richiede tempo. Se ci sono pubblici fondamentali perché il rischio di fallimento è alto, è di vitale importanza investire il tempo richiesto per co-progettare. Non tutti, però, devo confluire nel centro della mappa dei pubblici: bisogna saper scegliere per quali pubblici è necessario impiegare questo tempo. La mappa dei pubblici, infatti, permette di mostrare la complessità della proposta di valore, con chi bisogna lavorare affinché questa si realizzi.

Progettare è una cosa molto complessa, che si compone di: fare interviste; osservare come il pubblico si approccia; vedere come si interfaccia con il prodotto. Non è trovare la soluzione: è individuare il problema di partenza. Il successo di una start up non sia l’idea, ma la velocità con cui questa arriva sul mercato. Le persone con cui si entra in contatto, la grandezza della comunità di riferimento sono importanti per l’accesso al mercato quanto l’idea di partenza. Non conta solo quanto l’idea sia brillante, ma quanto quell’idea abbia una base di riferimento forte e coesa.

Cinque cosa da fare  per il community organizing

  1. creare un luogo e occasioni adeguati
  2. regole di ingaggio chiare
  3. allineamento ciclico
  4. riconoscere i community leader e prendersene cura (individuare il 10% e l’1% al suo interno)
  5. tenere traccia degli scambi tra le persone che fanno parte della community

Alle start up è stato quindi introdotto il prossimo strumento su cui lavoreranno: la scheda persona community, utile per identificare il profilo di partenza della propria community.

La riflessione si è spostata poi sul benchmarking, ovvero l’identificazione di quelle realtà già esistenti sul mercato che intrattengo un rapporto simile con i target di riferimento, ossia che si dedicano allo stesso tipo di clienti.  

Per poter fare un’analisi di benchmark, ha continuato Gaspare, bisogna lavorare su 3 livelli:

  1. identità: guardare chi risponde agli stessi bisogni, che realtà simili alla propria idea esistono.
  2. canali: a prescindere del settore, chi è che usa strumenti analoghi ai propri.
  3. chi lavora con un modello di business simile: chi lavora con flussi affini

Viene dunque introdotta la scheda di benchmark, il secondo strumento di questo incontro, sulla quale i gruppi hanno iniziato a lavorare già durante il pomeriggio. Per concludere i gruppi hanno confrontato gli esiti delle loro prime ricerche.

Il prossimo appuntamento si terrà il 23 ottobre e sarà dedicato a introdurre l’approccio Lean Startup, utile a definire le ipotesi e creare il percorso di validazione.

Qui le slide del secondo incontro.